Obsolescenza programmata, tra mito e realtà

Un viaggio nel concetto di "obsolescenza programmata": guardiamo il Cartello Phoebus, primo caso documentato di una simile cospirazione ai danni del pubblico.

Il cartello Phoebus e i bulbi luminosi a incandescenza

Quante volte pensiamo al frigo che ha vissuto pacificamente per venti e più anni nella cucina di nostra madre, mentre il nostro lo cambiamo solo dopo cinque, e riflettiamo su come questa sembri una vera e propria congiura ai nostri danni?

L’obsolescenza programmata è quindi una realtà documentata oppure è dovuta a una serie di cause esterne, non riconducibili direttamente alla volontà dei produttori? Come sempre la storia è più complessa di una semplice causa e di un semplice effetto, ma alla base di tutto possiamo affermare che esistano dei precedenti storici, e che le industrie si sono adattate a perpetuarli.

Diamo un’occhiata al fenomeno e cerchiamo di capire assieme quanto sia realistico pensare che ci sia un complotto ai nostri danni.

Cos’è l’obsolescenza pianificata (o programmata)


obsolescence-2014

Con questo termine si va a definire una vita utile di un prodotto limitata artificialmente, un ciclo vita pianificato a tavolino. Esistono diversi tipi possibili, alcuni dei quali sono innegabili, altri invece discutibili nonché particolarmente lesivi per l’utente finale.

Per esempio, se il ciclo vitale di un prodotto è artificialmente condizionato usando componenti scadenti, deteriorabili o mediante l’implementazione di meccanismi o elettronica che rovinano l’apparecchio dopo un certo intervallo di tempo, allora ci troviamo di fronte a una vera e propria obsolescenza programmata, che non ha alcun beneficio per l’utente e che talvolta è oggetto di feroci cause in tribunale.

Altre volte un prodotto diventa “vecchio” solo perché il marketing o la pubblicità ci inducono a ritenerlo tale. In questo caso l’obsolescenza programmata è solo percepita, ma è chiaro che un’azienda desidera sempre che il prodotto nuovo sia acquistato e quello più vecchio abbandonato.

Per finire, esistono in molti ambiti dei cicli vitali dei prodotti programmati a tavolino che non sono completamente negativi per l’utente, seppure non siano "consensuali". Nell’ambito del software, infatti, è normale promettere all’utente il supporto solo per un periodo di tempo determinato, mentre si sviluppano nuove versioni. Prendete Windows XP, per esempio, il cui ciclo di manutenzione è cessato quest’anno. Effettivamente un sistema così vecchio è davvero difficile da sostenere per una corporation, e diventa poco sicuro anche per l’utente: tralasciando il discusso Windows 8, XP è stato lasciato alle spalle anche dalla concorrenza. Esistono altri ambiti tecnologici in cui si ragiona lungo queste linee guida - ci si aspetta che il progresso renda superato il prodotto in tempi non eccessivamente lunghi e che quindi debba essere sostituito con qualcosa di oggettivamente migliore, o più sicuro, o anche solo meno inquinante.

Chiaro è che il tipo di obsolescenza programmata oggetto di congiure ai nostri danni sarebbe il primo, perché gli altri due sono piuttosto evidenti e chiari al consumatore finale, e non occulti.

Il Cartello Phoebus


Il cartello Phoebus e i bulbi luminosi a incandescenza

La storia del Cartello Phoebus è la radice documentata del fenomeno dell’obsolescenza programmata. Si trattava di un gruppo di industrie che producevano lampadine a incandescenza, tra cui anche Osram e Philips, ma anche l’americana General Electric. Venute a convegno nel ‘24, le costituenti del Cartello Phoebus stabilirono linee guida per la produzione di bulbi luminosi, e stabilì che la loro durata ottimale fosse di 1000 ore.

Il cartello è venuto meno all’alba della IIa Guerra Mondiale, ma non i suoi decreti. Nonostante l’accanimento dei tribunali nei suoi confronti, è stato possibile leggere sulla confezione delle lampadine a incandescenza la dicitura 1000h fino alla loro lenta dipartita a favore di nuove fonti di illuminazione.

Il cartello aveva ridotto la durata a favore di maggiore efficienza e luminosità, o almeno così si affermava nel marketing - tutte le fonti in merito però ci dicono che la verità è che gli industriali hanno voluto produrre lampadine più care e meno durature di quelle precedenti, che negli anni '20 sopravvivevano anche il doppio delle ore.

I carteggi dell’epoca, già esaminati da alcuni ricercatori come Markus Krajewski parlano chiaramente che aziende come Osram studiarono il problema della qualità della lampadina con incredibile attenzione, ottenendo solo con molti sforzi un bulbo che durava 1000 ore invece di 2500 o più, mantenendo la qualità e rendendole più luminose a livelli di corrente più elevati: “producono più lumen per ogni watt” era la giustificazione per questi "progressi", responsabili di una morte più rapida per le lampadine .

Inutile dire che gli strascichi di questa politica li sentiamo anche oggi, che siamo colti nell’era tumultuosa del passaggio al LED, che promette di durare 14 anni. Ma seriamente, se una di queste lampadine dovesse rompersi dopo 8 anni, andremo a ricordarci di quando l’abbiamo installata?

Conclusioni


Il cartello Phoebus e i bulbi luminosi a incandescenza

L’obsolescenza pianificata è esistita, ed esiste indubbiamente anche oggi, in ogni settore dell’industria. Più o meno giustificabile, più o meno insidiosa, è un motore del consumismo come tanti altri meccanismi perversi.

Individuarla non è facile come riconoscerla nel passato, come ad esempio negli inequivocabili carteggi del Cartello Phoebus. Ma possiamo prendere di mira il "solito" bersaglio: Apple, accusata di aver inserito apposta delle batterie progettate per degradarsi in fretta nei suoi vecchi iPod del 2003. Come ha reagito di fronte a queste critiche, poi divenute oggetto di una causa legale? Ha preferito scendere ad un accordo extra-giudiziario piuttosto che a un processo, potenzialmente invasivo nei confronti dei suoi segreti industriali. E che dire dei produttori di smartphone odierni che rifiutano di aggiornare all’ultima versione di Android i propri apparecchi?

Alla fine della fiera, sono molti i livelli di occultamento e molte maniere studiate per nascondere questi meccanismi nei prodotti, troppi per scoprirli tutti.

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