Ben Saunders e la tecnologia della Scott Expedition, intervista a Simon Lambden di Intel

Intervista a Simon Lambden di Intel sugli equipaggiamenti (assolutamente "consumer") che hanno reso possibile a Ben Saunders di restare in contatto con il mondo per 100 giorni in Antartide.

Dopo il ritorno di Ben Saunders e Tarka l’Herpiniere dalla loro lunga e difficoltosa spedizione in Antartide, ho avuto modo di fare una chiaccherata con Simon Lambden di Intel. Simon è un ingegnere e ha il ruolo di Technical Marketing Engineer presso la corporation - È stato lui a ricevere il compito di preparare le infrastrutture tecnologiche necessarie ai due esploratori per comunicare con il mondo esterno - apparecchi in grado di sopravvivere mesi nel deserto congelato dell’Antartide, ma allo stesso tempo sorprendentemente comuni.

Al di là delle customizzazioni, infatti, tutto quello che ha accompagnato Ben e Tarka è “off the shelves”, acquistabile in negozio. Per prima cosa, quindi, vediamo un po’ cosa c’era nelle slitte.

Elettronica a 40 sottozero


  • Ultrabook Sony Vaio Pro con processore Intel 4a generazione e Panasonic Toughbook 2in1 - entrambi con SSD, quindi robustissimi e super leggeri, oltre che capaci di sopravvivere a temperature di -46C°.
  • Iridium Pilot, un’antenna satellitare custom (la cupola bianca che vedete nelle foto) per trasmettere dati al blog e a YouTube, oltre che comunicare con il resto del mondo
  • Telefono satellitare Iridium Extreme
  • 2 pannelli solari 32Watt pieghevoli customizzati per il trasporto su slitta
  • 3 batterie ai polimeri di litio suggerite da Ben Saunders (da connettere ai pannelli)
  • Iridium NAL Shout Nano, tracker satellitare Always-on, che ci ha fatto seguire i progressi di Ben e Tarka in tempo reale

L’intervista

Gadgetblog: Comincio con una domanda estremamente “complessa”, ma è proprio quella che ho sulla punta della lingua: eravate sicuri sin dall’inizio che tutto sarebbe andato come doveva?

Simon Lambden: *ride* Questa è una domanda interessante! Vedi, nelle sue prime fasi era un accordo di marketing. Quando i tipi del marketing prendono un accordo, noi tecnici siamo sempre un po’ spaventati!

Per prima cosa abbiamo fatto una lunga telefonata con Ben e Andy (nota: Andy Ward è il manager della spedizione) solo per scoprire quali fossero le aspettative per questa spedizione. Perché dovevamo scoprire se la sopravvivenza di Ben sarebbe dipesa dal nostro equipaggiamento, e per il dipartimento legale questo sarebbe stato un motivo più che sufficiente a impedire tutto.

Dopotutto questa è tutta apparecchiatura consumer, non di grado militare. È stata testata per funzionare in un ambiente consumer, e la maggior parte degli utenti consumer non vive in luoghi così estremi.

G.: Vi sarebbe stato impossibile usare tecnologia mil-spec?

S. L.: Di questa parte se ne è occupata un responsabile delle forniture, e noi non avevamo voce in capitolo oltre questo punto. Però va detto che le attrezzature di tipo militare sono indietro di qualche generazione. Il produttore degli equipaggiamenti ci ha garantito un set di specifiche di funzionamento, certo, ma l’interesse di Intel risiedeva completamente in questa domanda:

"Possiamo prendere dell’hardware off-the-shelf e aspettarci che sopravviva in questo ambiente?"

Pensa, la prima volta che Ben Saunders è arrivato da noi si è portato dietro un Compaq iPAQ - ti ricordi di quegli affari? Lui l’aveva usato nella sua spedizione polare in solitaria anni fa. Chiaramente gli abbiamo messo in mano un ultrabook. A quel punto si è reso conto che questo genere di nuovo device poteva mettergli a disposizione un sacco di cose impossibili con il vecchio Compaq per quello che riguarda la capacità di comunicazione

A questo punto siamo andati all’ufficio di Swindon, e gli abbiamo sottoposto la gamma dei nostri apparecchi più leggeri. Il Sony Vaio che ha usato non esisteva ancora, perché ha un chipset di 4a generazione.

G.: Ecco, questo è interessante: il Vaio Pro non è un ultrabook rugged, tenendolo in mano si realizza subito quanto sia leggero, sottile e compatto, ma sebbene robusto non è costruito apposta per reggere a cadute, schizzi e polvere. Lo avete scelto per il peso ridotto, vero?

S. L.: Certo, era l’ossessione principale di Ben. Il Vaio era praticamente una sorta di Santo Graal per Ben. Pesa come metà di una sua razione - per ovvie ragioni pensava in termini di cibo, tutto quello che non si può mangiare deve avere un gran valore sulla slitta.

G.: D’altro canto il clima in Antartico è molto secco, non ci sono precipitazioni

S. L.: Sì, vero. Ma abbiamo comunque testato per capire quanto sarebbe durato e a cosa sarebbe sopravvissuto. Come già detto, abbiamo iniziato i nostri test termici con macchine di terza generazione, in aprile. Avevamo un Asus Taichi e un Panasonic Thoughbook AX3 (quello con i bordi rinforzati). Poi in luglio è arrivato il Vaio e Intel era ansiosa di promuovere i PC di quarta generazione, quindi gli abbiamo fare tutti i test accelerando i tempi il più possibile. In ottobre la nostra conclusione è stata che tutto andava bene e che il Sony era perfetto.

In ogni caso si sono portati dietro anche un Panasonic Toughbook, e so per certo che quello è durato senza problemi per 6 mesi nella camera termica, venendo usato poi ogni giorno.

G.: Qual’era la procedura?

S. L.:Funzionava così: durante la notte mettevamo i device nella camera termica a -40°C, poi li riscaldavamo in fretta per un’ora, fino a 20°C, li mettevamo su una scrivania e facevamo girare un po’ di software di prova e benchmark, misuravamo la capacità della batteria, se si era degenerata e così via. Quando geli una batteria, perde un po’ di carica, ed era questione di scoprire quanta ne sarebbe rimasta all’accensione.

Era importante saperlo perché ricaricare la batteria completamente scarica necessita di tre ore.

maxresdefault

G.: Questo in condizioni ideali, ma non avevate nessuna maniera di fare una prova con i vostri pannelli solari da 30W a -40°, quindi non eravate completamente sicuri del risultato definitivo sul campo, giusti?

S. L.: È vero, ma avevamo un’idea proprio grazie a Ben. Le batterie usate, per esempio, sono dello stesso tipo che Ben si è portato nella sua camminata in Artico, e quindi è stato lui a raccomandarle perché funzionano. Peraltro, sono interessanti perché possono caricarsi da un lato e erogare energia con un’altra presa, trasmettendo la propria carica. Così le batterie si ricaricano e contemporaneamente si occupano di qualsiasi surplus di energia.

Alla fine il telefono satellitare e l’ultrabook prendevano tutto quello che le batterie gli potevano passare e i pannelli generare durante le pause, e non avremmo saputo prima del ritorno di Ben e Tarka se i calcoli sarebbero stati completamente perfetti.

G.: Non so se avete preso in considerazione quello che poi hanno fatto Ben e Tarka, ovverosia di riscaldare i device con il calore del corpo al fine dei vostri calcoli?

S. L.: Beh, quello era una buona maniera per indurre l’elettronica a funzionare. Quando si congelano le batterie, non sono più in grado di esprimere la propria carica quindi il device non può funzionare.

The Scott Expedition_02

G.: Il resto del kit ha dato problemi?

S. L.: Abbiamo dovuto fare dei cavi diversi da quelli usati alle altre latitudini, fatti di silicio e capaci di piegarsi senza spezzarsi nelle temperature gelide dell’Antartico. Poi abbiamo costruito un modulo con tutte le uscite necessarie a caricare l’ultrabook, il telefono satellitare, la macchina fotografica - e sebbene i device siano tutti diversi, non c’è da preoccuparsi di confondersi perché l’abbiamo costruito apposta.

La loro necessità era di collegare pannelli solari, batterie e device. Come hanno spiegato Ben e Tarka, è difficile concentrarsi affrontando questo tipo di fatiche e abbiamo fatto in modo di preparare il modulo in modo che si dovesse sempre fare la stessa operazione ogni giorno della spedizione.

G.: Ho un’ultima domanda: durante questo lungo processo di adattamento e prove, avete mai desiderato che tutto questo vi fosse chiesto tra qualche anno, oppure ritenevate di avere già tutte le tecnologie necessarie?

S. L.: Se avessi potuto scegliere, avrei voluto solo un po’ di tempo in più per costruire il sistema in modo che avesse delle ridondanze, dei sistemi ausiliari insomma, che in caso di rottura avrebbero potuto continuare ad assicurare il corretto funzionamento del kit. Come vedi è stato un problema di lana caprina, perché il peso doveva essere minimizzato il più possibile.

Quindi per rispondere alla tua domanda, mi sarebbe piaciuto costruire il modulo energetico con un processore Intel Core a gestire l’output in modo smart, ma senza aumentare sensibilmente il peso del kit.

Chissà, potrei lavorarci su come passatempo!

G.: E poi magari andare a fare un viaggio in Antartide?

S. L.: *ride* No no, per carità!

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