
Il Raspberry PI otterrà presto un occhio digitale, sotto forma di una piccola scheda aggiuntiva dotata di una fotocamera. La notizia è apparsa qualche giorno fa sul sito della fondazione inglese che si occupa dello sviluppo della piattaforma, corredata delle primissime foto del modello preliminare.
Il prototipo per ora include un sensore da 14 megapixel, destinato probabilmente a calare nella versione finale per tenere i costi di produzione il più bassi possibile. L’aggiunta di una fotocamera permetterà di ampliare i campi di utilizzo alla robotica o all’automazione casalinga, sempre e rigorosamente rivolto all’utenza fai-da-te o didattica.
Raspberry Pi, in sviluppo un modulo con fotocamera - galleria immagini





Dopo infiniti ritardi dovuti a una richiesta torrenziale, il mini-computer ultra-minimalista Raspberry Pi da 35$ (maggiori informazioni su questo nostro articolo) arriverà presto nelle case di chi ha effettuato il preordine. La buona notizia è stata data direttamente dalla Raspberry Pi Foundation ai clienti tramite email, ma non senza disagi. Le richieste sono infatti talmente tante che il sito della fondazione riesce a fatica a reggere il volume di transazioni.
Per ora gli ordini riguardano la variante Model B del Raspberry Pi, ovvero la versione extra-lusso da 35$, dotata cioè di una seconda porta USB, un controller Ethernet 10/100 Mbit e una richiesta di 3.5W contro i 2.5W del più economico Model A, che costa solo 25$ e non è ancora entrato in produzione.
Raspberry Pi - galleria immagini


Via | Electronista

Siete mai rimasti imbambolati per qualche minuto davanti gli scaffali di batterie, indecisi se scegliere una confezione di batterie economiche o un marchio come Duracell o Energizer al doppio del prezzo? Per le ricaricabili è immediato, la capacità in milliampere ci da un’indicazione piuttosto fedele della durata, ma per le pile classiche si brancola nel buio tra nomenclature come ultra, plus power, ultimate e così via.
Uno sviluppatore software col pallino dell’elettronica, per tagliare la testa al toro si è procurato una confezione di tutte le pile che è riuscito a trovare e ha costruito una piccola piattaforma di test per testarne la capacità.
Lo “scaricatore” di batterie restituisce i valori in Joule e Wattora, mentre un sensore tiene d’occhio la temperatura per mantenere il test il più uniforme possibile. I dati sono poi scaricati tramite porta USB e analizzati separatamente. L’articolo continua dopo la pausa.
Continua a leggere: Quali sono le batterie stilo col miglior rapporto capacità-prezzo?
Visto che gli occhiali per la realtà aumentata di Google non saranno disponibili ancora per un bel po’ di tempo, un programmatore di Oxford armato di pazienza e buona volontà ha deciso di creare una sua versione personale del Project Glass utilizzando componenti già in commercio.
L’aspetto non è quello sci-fi del prototipo indossato da Sergey Brin e dai modelli di Google, anzi probabilmente non è affatto portabile, ne tantomeno fa uso di un visore a proiezione (HUD), ma il risultato è decisamente curioso.
Il lato ottico è affidato a un visore 2d/3d di Vuzix normalmente usato per la realtà virtuale, seguito da un paio di webcam HD di Microsoft e una cuffia-microfono tradizionale, il tutto connesso a quello che ci sembra un comune desktop con Windows 7.
Sul lato software è stato invece usato Dragon Naturally Speaking per il riconoscimento vocale in tempo reale e Adobe Air per sviluppare un’interfaccia grafica comandata dalla voce che nella demo proposta può dirci l’ora, che tempo fa, organizzarci la giornata e scattare foto. Dunque la tecnologia c’è, è solo questione di miniaturizzarla. Che poi un dispositivo ci servirà veramente o meno… questo si vedrà in futuro.
Via | The Verge | Will Powell
C’è chi in casa cerca di ricavarsi lo spazio per l’ufficio, chi per lo studio, chi per un pianoforte; e poi c’è chi occupa un’intera stanza con gli “strumenti di lavoro” adatti ad un hacking con gli attributi.
In questo lunghissimo video (30 minuti sono tanti, ma se davvero siete interessati probabilmente ne vale la pena) un hacker incallito mostra tutte le modifiche fatte al suo “laboratorio” per renderlo decisamente funzionale e completo di tutto il necessario.
Sostanzialmente si tratta di organizzare in maniera ordinata cavi, componenti, dispositivi, prese di corrente e attrezzi. E dopo l’ordine rigoroso, non resta che lasciare spazio alla fantasia (e qualche decorazione geek non ci starebbe male, voi che dite?)
Via | Hackaday
Chi possiede Kinect sa che il suo funzionamento dipende in gran parte dalla posizione che si assume davanti al suo sensore: occorre mantenere una certa distanza, rimanere in un certo modo nel suo quadro visivo e soprattutto è necessario essere in piedi, in modo che il corpo venga rilevato per intero.
Ebbene secondo qualcuno quest’ultimo punto potrebbe risultare scomodo: in fondo l’esperienza del gaming è spesso qualcosa che si realizza da seduti; dunque, anche sulla scia dell’idea di Kinect per pc desktop (e portatili), tale Steve ha provato ad elaborare il suo sistema per l’utilizzo di Kinect comodamente dal divano di casa, bypassando il riconoscimento di Microsoft Skeleton e utilizzando dei classificatori di Haar.
Il risultato pare riuscito: Kinect riconosce i gesti di Steve quando è seduto sul suo divano e, in più, riesce a funzionare anche con un sistema di riconoscimento vocale sempre implementato da Steve. Il connubio del futuro per quanto riguarda l’interfaccia tra i dispositivi elettronici e l’utente: gestualità e voce, senza più alcun contatto, senza strumenti come il telecomando, senza tasti. Solo il nostro corpo e gli schermi.
Se il progetto di Steve vi incuriosisce, a questo link trovate tutte le informazioni del caso.
Via | Hackaday
I dispositivi e gli schermi della nostra generazione, che ci circondano in ogni luogo e in ogni situazione, ci hanno ormai abituati a touchscreen (capacitivi) molto reattivi, ultrasensibili, quasi “emozionanti”, perchè in grado di farci sentire in qualche modo il mondo a portata di dito. E di solito per utilizzarli evitiamo i guanti o almeno quelli che non sono predisposti allo scopo (che sappiamo bene esistere).
Nel prototipo che vedete nel video invece, il concetto è l’esatto opposto: questa sorta di “touchscreen” per funzionare necessita di guanti speciali, per un’esperienza decisamente molto particolare, forse poco emozionante, ma di sicuro strana.
Sì perchè lo schermo in questione è quello di un vecchio monitor CRT, di quelli che si trovano soltanto più negli uffici statali (vi assicuro!) o nelle cantine. In sostanza alcuni fototransistor posizionati sulla punta di questi guanti speciali permettono allo schermo di rilevarne la posizione e di “agire” di conseguenza.
Un tentativo di mixare in modo inedito passato e presente? Oppure semplicemente la voglia di creare qualcosa di ibrido e in qualche modo “nuovo”, senza l’ambizione di un’utilità a tutti i costi?
Via | Hackaday

Rangefinder di Photojojo è dedicato ai possessori di iPhone amanti della fotografia vintage: il gadget si compone di due elementi, un supporto metallico che accoglie lo smartphone e che lo fa agganciare perfettamente ad astuccio che assomiglia ad una macchina fotografica stile anni 80.
Il montaggio è velocissimo, bastano un paio di minuti, e si possono sfruttare tutte le potenzialità della fotocamera dell’iPhone con l’aggiunta di un sistema di tre lenti per realizzare gli effetti (Fisheye, grandangolo e teleobiettivo 2x) montandole una alla volta nell’apposito connettore magnetico che coincide con il foro dell’obiettivo dell’iPhone.
Rangefinder offre anche la possibilità di agganciare una tracolla e di montare un comodo treppiedi per sentirsi a tutti gli effetti come un reporter di qualche anno fa; benché però questo gadget semplifichi di molto l’utilizzo della fotocamera dell’iPhone, esso presenta un piccolo punto debole: non è presente un sistema di ricarica per la batteria dello smartphone.
Photojojo Rangefinder viene venduto in due diverse confezioni: solo il case a $69 (circa 50€ secondo l’attuale tasso di cambio), oppure case e tris di li lenti magnetiche a $99(circa 75€).
Via| Slashgear
E se con il caro vecchio Game Boy ci mettessimo a telefonare, in barba al design di oggi che vuole smartphone sempre più sottili? Non vi sembrerebbe di tornare indietro nel tempo, a quando i cellulari erano più o meno delle cabine telefoniche nemmeno troppo portatili, e nel contempo di assaporare qualcosa di unico e nuovo nel suo genere?
Ebbene, ci ha pensato questo utente del forum XDA, combinando un Game Boy old style con un Motorola Flipout equipaggiato con Android 2.1 Éclair. Il risultato è un Game Boy che telefona. O quasi.
Il fascino del retrogaming è irresistibile, anche perchè per utilizzare l’apparecchio vanno pigiati proprio i pulsantoni del vecchio Game Boy; tuttavia non tutto funziona: a causa della struttura della vecchia console di gioco infatti, il microfono del particolare “telefono” non funziona bene.
Non importa: l’idea ci piace e non è detto che il suo autore non riesca ad apportarvi delle migliorie!Se poi avete qualche idea da suggerirgli…
Via | Ubergizmo
Avete presente la sveglia di Space Invaders? Quella con l’alieno che emette suoni arcade per buttarti giù dal letto? Se come sveglia vi dice poco, la potete sempre destinare ad altri usi, come ha fatto tale Grant Gibson.
Il simpatico gadget è stato infatti trasformato in un dispositivo per notificare le mail di Gmail e i tweet: a ogni avviso, l’ormai ex sveglia inizia una sorta di balletto piuttosto folle, accende due luci a LED ed emette gli immancabili suoni arcade.
Pare inoltre che l’orologio continui a funzionare, ma senza la necessità delle batterie. Se vi interessa realizzare qualcosa di simile, per rendere divertente la vostra scrivania, trovate tutte le istruzioni sul sito dell’hacker.
Via | Ubergizmo